Pubblicato in: Il mondo visto da qui

Il teatro è amore. L’amore? Pura poesia.

 

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Intervista a Pietro Pignatelli

Carmen Vurchio (139)
di Carmen Vurchio

Ho conosciuto Pietro Pignatelli in terra capoverdiana, nell’estate del 2010. Una vacanza particolare per me, quella che mi ha cambiato la vita, e nello stesso tempo speciale perché mi ha dato modo di conoscere persone straordinarie, che mi sono rimaste nel cuore. Tra queste c’è lui: Pietro Pignatelli.

Ricordo che una sera ci ha omaggiato della sua arte e ha cantato per noi, ospiti del suo stesso villaggio.

Ho scoperto quella sera il suo spessore artistico. Se non lo avete ancora fatto, iniziate a seguire Pietro Pignatelli. Mette il cuore in tutto ciò che fa: quando recita, quando canta, quando balla, quando si sposta dietro la macchina da presa, per occuparsi della regia.

Non per niente ha lavorato al fianco di grandi artisti. Molti lo ricorderanno nel musical Grease, con Lorella Cuccarini. Uno dei suoi tanti bei lavori.

Quando era bimbo sognava di  fare quello che fa oggi, un sogno ad occhi aperti divenuto realtà, grazie alla fatica e, come dice Pietro Pignatelli, anche a un pizzico di fortuna. Fortuna che non va aspettata, ma cercata.

Fortuna che bacia chi se lo merita.

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Grandi successi alle spalle, altrettanti all’orizzonte. Quando da bambino sognavi di diventare un attore, come immaginavi questo mondo e come ti immaginavi?

Da bambini i sogni ad occhi aperti hanno sempre un sapore delizioso, una patina di purezza, uno spessore poetico. Immaginavo il mondo del teatro come una vera e propria fabbrica di sogni, un universo di luoghi fantastici. Poterci entrare nei panni di un qualunque personaggio, era la mia più grande ambizione. Poi, dopo qualche anno, rendendomi conto che questa sorta di “febbre dell’oro” non passava mai, decisi di inseguire realmente quel sogno di bambino. Ed eccomi qui, a raccontarvi il mio percorso.

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Musical, teatro, cinema, televisione. Un attore poliedrico, come ti definiscono in molti. Tu come ami definirti?

Io mi definisco un sognatore e un ricercatore. Utilizzo la via dell’arte come percorso di ricerca. Sono fortunatamente ancora tanto curioso e non mi sento arrivato ad alcuna meta. La poliedricità, che affettuosamente e generosamente mi attribuiscono, è solo lo specchio di questa mia grande necessità di esprimermi in qualunque modo. Spero solo di essere riuscito a donare qualcosa, a chi mi ha seguito finora.

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Quali sono i lavori che porti nel cuore.

Sono tanti. Forse pochi quelli che ho lasciato dietro, dimenticandomene. Questo perché metto sempre il cuore in ciò che faccio. Inevitabilmente. E’ un mestiere, il nostro, che si fa con la passione, con l’amore. Quando ti accorgi che questi sentimenti non ti guidano più, allora è giunto il momento di fermarti.

Cosa ha significato per te essere scelto da Lorella Cuccarini e lavorare al suo fianco in musical di successo, come Grease?

Con la Cuccarini ho avuto il piacere e l’onore di lavorare in ben tre musical: Grease, il Pianeta Proibito, La Regina di Ghiaccio. Tre grandi momenti della mia vita artistica, tre musical di successo, tre belle occasioni di vivere quotidianamente al fianco di una brava artista, ma soprattutto di una grande donna, come Lorella.

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Ami tanto il teatro e spesso autoproduci i tuoi spettacoli. E’ complicato essere un artista e, di conseguenza, lavorare come artista in Italia? Hai mai pensato alla fuga all’estero?

Ecco una domanda che scotta! Il Teatro in Italia non gode proprio di buona salute. Le repliche infrasettimanali, purtroppo, sono una prerogativa di poche compagnie stabili. Le grandi produzioni e le lunghe tournée hanno vita breve e sono veramente scarse. Le paghe ridotte. I contributi al Teatro sempre più ridicoli e rari, così come rare e ridicole sono le politiche di sostegno al settore. Insomma, fare teatro oggi è solo un lusso per pochi fortunati. Io mi reputo uno di loro. Questo anche perché io alla fortuna ci vado incontro, con tenacia e con un pizzico di follia.

All’estero voglio andarci, ma con un mio progetto italiano. Non mollo! Come hai scritto tu, Carmen, laddove non riesco a farmi produrre, me lo “invento” io, Pietro Pignatelli, un modo per portare in scena i miei spettacoli. Devo però ringraziare i miei fedeli compagni d’avventura, che pazzamente rischiano e sognano con e come me.

Voglio citarli: Angelo Ruta – l’autore; Angelo Giovagnoli – il compositore; Ivan Paradisi –lo scenografo; Andrea Bianchi – il tour manager (un eroe); Raffaele Mirarchi – il grafico.

A tutti loro dico: grazie amici miei!

foto Andrea Bianchi

Nel tuo settore esiste la meritocrazia o è pura illusione?

La “meritocrazia” è una bella parola, ma non sono sicuro che venga usata o meglio applicata sempre. E non solo a Teatro, in ogni ambito lavorativo. E’ un vero peccato e al tempo stesso una sfida. Riuscire a farsi spazio tra mille difficoltà, tra cui i soliti raccomandati, è un “esercizio” che si mette in conto già dalla prima audizione. Ad ogni modo, a Teatro il pubblico è sovrano. E se non sei bravo, alla fine non ti perdona!

In cosa sei impegnato attualmente?

Sono impegnato su più fronti: “Medea di Portamedina”, uno spettacolo scritto e diretto da Laura Angiulli in cui sono coprotagonista insieme a Alessandra d’Elia.  E poi c’è “A pochi passi dal cielo”, un omaggio a Rudolf Nurejev e Freddie Mercury, uno spettacolo di teatro-danza con musica dal vivo e danzatori della Scala, prodotto da Il Ramo di Lodi. Subito dopo inizierò la tournée di “Zhivago story”, uno spettacolo scritto e diretto da Angelo Ruta, con musiche di Angelo Giovagnoli. Una spy story e una storia d’amore. Intrigante e assolutamente incredibile. Racconterò il tutto attraverso un monologo nei teatri italiani e presto anche esteri.

Ami viaggiare, per te è un modo per guardarti dentro.  Ci sono viaggi che però ti cambiano. Il cammino di Santiago, che hai condiviso con tutti, grazie ai social, che effetto ha avuto su di te?

Il cammino di Santiago è un viaggio interiore che consiglierei a chiunque. Un’incredibile metafora della vita in cui le difficoltà, le paure, le cadute, ti segnano in modo speciale. E in cui anche il superamento di questi momenti diventa importante e significativo per la tua vita. Non è semplice spiegarlo con le parole, ma tra i tanti viaggi fatti finora, il cammino è stato di sicuro il più arricchente.

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Pietro Pignatelli, tu sei un tipo “no stress”, come direbbero dalle mie parti, o sei “stress dipendente”?

Difficile vivere in maniera rilassata tutto ciò che riguarda il mio lavoro. L’artista è perennemente in equilibrio precario su una corda, si lancia sempre senza paracadute o senza rete, non ha mai protezioni. Quindi non può mai rilassarsi. Più che stress, c’è sempre tanta tensione, tanta paura e tanta attenzione alle incognite. Ma quanto ti tiene vivo tutto ciò?

Già, capisco. E’ quasi inspiegabile, ma se lo provi non lo dimentichi più. Così come non dimentichi gli eventuali momenti bui, che capita di vivere a ognuno di noi. A te è mai capitato? E se sì, come hai fatto a trasformarli in luce?

I momenti bui fanno parte della vita di ognuno, come dici tu. Chi poi si espone così tanto come gli artisti, rischia di vivere questi momenti in maniera molto più amplificata. E gestirli talvolta non è facile. Sto portando in scena proprio in questi giorni, come ho accennato prima, questo spettacolo su Freddie Mercury e Rudolf Nureyev, due grandi, due miti. Ma entrambi, a riflettori spenti, erano talmente fragili da dover ricorrere a trasgressioni d’ogni tipo, pur di contrastare i propri tormenti interiori. Entrambi hanno bruciato come stelle, al doppio della velocità. Io non sono da meno, ma ho la fortuna di avere così tanta gioia di vivere, da non arrivare ad abbattermi mai!

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Bello e emozionante quello che racconti, tanto quanto sapere che hai realizzato il sogno che avevi da bambino, studiando e lavorando sodo. Adesso che sei “grande” hai smesso di sognare?

Se da bambino sognavo di fare l’attore, oggi sogno di poter vivere, e non sopravvivere, con il teatro. Oggi sogno un teatro più attivo sul territorio, riconosciuto e sostenuto da valide politiche sociali e culturali. Sogno un teatro trattato come un vero e proprio “bene comune” al pari dell’acqua. Sogno un teatro scelto con entusiasmo e “fame”, come si sceglie di andare a mangiare una pizza con amici. Un teatro che non dimentichi le periferie, le province, i piccoli paesi. Sogno un teatro che riconquisti la sua importante posizione sociale, così come accadeva secoli fa! Un teatro che contribuisca all’educazione e alla formazione civile. Viva il teatro!

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L’ultima domanda è sull’amore. Quando si ama tanto il proprio lavoro, si rischia di non avere tempo e voglia di cercare la propria anima gemella. Che ruolo hanno i sentimenti nel film della tua vita?

 L’amore è il motore della mia vita. Anche se non ho ancora avuto la fortuna o la capacità di trovare quella che chiamano appunto “anima gemella”. Ma l’aspetto, la cerco fiducioso. Ho vissuto non poche storie, tutte finite un po’ per colpa e un po’ grazie al mio lavoro. Chi si lega a uno come me, deve rendersi conto che vivo questo mestiere come una missione e, anche se non è facile, deve saper convivere con i miei ritmi e le mie esigenze. Nel rispetto reciproco, ovviamente. La rinuncia è molto spesso doverosa, anche se fa male. Ma non rimpiango nulla della mia vita. Ho ancora tanto entusiasmo e tanti sogni. Innamorarsi poi è così bello. Pura poesia.

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Pietro Pignatelli