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Non farti maltrattare: diventa Libera e Sicura.

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(Carmen Vurchio – Michela Rossin)

INTERVISTA A MICHELA ROSSIN.

Di Carmen Vurchio

Michela Rossin è una splendida donna di 42 anni, vittima di violenza fisica e psicologica da parte di un uomo che amava e che sembrava ricambiasse questo nobile sentimento. Non è stato facile per lei uscire dal tunnel, ma è stata forte e ce l’ha fatta. Oggi è una donna diversa. Oggi è LIBERA E SICURA. E vorrebbe che lo fossimo tutte.

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Michela Rossin

Ciao Michela, innanzitutto come stai?

Oggi posso dire che il periodo di sofferenza e violenza sia definitivamente alle spalle. Merito di un lungo percorso che ho intrapreso anni fa e che mi ha permesso di imparare ad amarmi. Sembra banale ma non lo è affatto. Molte donne non si vogliono bene, si annullano per il prossimo: il proprio uomo, i propri figli, i propri cari. Ma queste donne devono comprendere che se non si ama se stessi, difficilmente si può dare il giusto amore agli altri. Se poi l’amore si da alla persona sbagliata, la mancanza di autostima fa diventare quella donna una vittima ideale: quella che non reagirà, quella che giustificherà il suo carnefice e che soffrirà in silenzio per sempre. Per questo ho creato il progetto “Libera e Sicura”: per insegnare, nel mio piccolo, alle donne che vorranno fidarsi di me, cosa sia necessario fare per iniziare ad amare se stesse, in totale libertà e in assoluta sicurezza.

 Hai già tante donne che ti seguono?

Ho un sito (https://michelarossin.it), sono su fb, su Instagram. I social sono importanti. Arrivano direttamente a chi ne ha bisogno. Basta un click. Un tempo non era così facile trovare aiuto. Oggi chi vuole può farlo e il fatto che contattino anche me, mi fa tanto piacere. Sono diverse le persone che mi seguono e che decidono di partecipare ai miei corsi, di farsi aiutare, sempre in punta di piedi, senza insistenze o inutili pretese. Devo dire che la mia più grande fan è Elena, mia figlia, che oggi ha 22 anni. Grazie a lei sono stata contattata dal liceo Roccati di Rovigo. Ho insegnato agli  allievi un metodo di prevenzione e di difesa e devo dire che ho raccolto consensi positivi da tutti i ragazzi. Questa è stata per me una grandissima soddisfazione e anche per mia figlia, avuta dal mio ex marito, sposato quando avevo 20 anni. Ma non è stato lui a maltrattarmi, anzi. Lui con me si è sempre comportato da gentiluomo. Dico questo per sottolineare un fatto importante:  non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Gli uomini non sono tutti uguali.

E’ vero. Ma è altrettanto vero che sono tante le donne vittime di violenza. Tu stessa hai vissuto questa terribile esperienza sulla tua pelle. Come si fa a finire, diciamo così, tra le braccia sbagliate?

Quello che sto per esprimere è un concetto forte, che sicuramente molti commenteranno in modo negativo. Ma non importa. Io devo dire ciò che penso. Non credo che una donna subisca violenza per puro caso, o per sfortuna. Nulla accade per caso. Ciò che voglio dire è che quando vi è una vittima è perché il suo aggressore la decodifica come tale. Succede esattamente come nel regno animale: un leone sceglie una preda semplice da catturare, magari quella più fragile e lontana dal branco. La stessa cosa accade con noi: un aggressore per strada sceglie la sua vittima perché distratta, in uno stato di totale rilassamento. Quando invece si parla di violenza domestica le regole cambiano e l’aggressore, (di solito un familiare, parente o partner), attua un rituale ben preciso chiamato da Lenore Walker negli anni settanta “Il ciclo della violenza”, che al suo interno ha decodificate tre fasi.  La prima fase è quella verbale: la donna vive in una continua tensione, l’uomo è spesso nervoso e il suo comportamento ambiguo crea confusione nella  donna, che teme di essere abbandonata e quindi inizia a modificare il suo comportamento. Nella seconda fase inizia la violenza fisica. Nella terza c’è la riappacificazione: l’uomo chiede perdono e promette che non accadrà mai più un episodio del genere. Bugie, solo bugie: l’inizio del vero calvario, perché da quel momento gli episodi saranno sempre più frequenti e pericolosi. La riappacificazione crea nella donna/vittima una forma di dipendenza psicologica, ovviamente malata, e nel contempo porta l’uomo a sentirsi sempre più forte, in quanto vede aumentare considerevolmente il suo potere. 

La società nella quale viviamo, ha delle colpe?

Io credo che noi donne siamo considerate dalla società soggetti fragili e deboli, da secoli or sono. Ci abbiamo creduto per molto tempo e ancora oggi veniamo spesso declassate. La svalutazione è dentro d noi. E’ nel nostro DNA. Non per colpa nostra. Ce l’hanno iniettata. Per questo abbiamo costantemente bisogno di conferme da parte dell’esterno: in poche parole, abbiamo un bisogno vitale di essere e di sentirci amate. Sai benissimo che veniamo costantemente bombardate dai media e dalle pubblicità: messaggi negativi del tipo “non sei abbronzata”, “non sei più giovane”, “sei piena di rughe”, “hai la cellulite e non vai bene”, “acquista questo macchinario, così tornerai in forma”, “sei grassa, non vai bene, compra questo medicinale”, e così via. Ci sarebbe moltissimo da dire in merito a questo argomento. Ma…a buon intenditore, poche parole. 

Tornando a chi ti ha fatto del male, cosa puoi raccontare di lui?

Preferisco non fare nomi e non entrare troppo nel dettaglio, perché non voglio riaprire quella ferita ormai rimarginata, ma capisco anche che parlarne può servire a me così come alle tante donne che soffrono in silenzio. Ho conosciuto l’uomo che mi ha fatto del male all’età di 28 anni. Lui era così bello, determinato, affascinante e intraprendente. Si curava molto e sapeva cogliere i bisogni di una donna, ma nel contempo ne studiava le debolezze. Non lo faceva certo per aiutarla a vincerle, quelle debolezze, ma per utilizzarle contro di lei, in questo caso contro di me. Io pensavo mi amasse, almeno…inizialmente le sue parole parlavano d’amore, ma con il passare del tempo la situazione cambiò e mi ritrovai a vivere un incubo durato troppo a lungo.

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Quando e perché è scattato in lui il cambiamento?

Non ha mai cambiato carattere, in realtà. Ero io che, per paura di reagire, accettavo qualsiasi suo sbalzo d’umore. A volte mi ritenevo responsabile di ciò che accadeva e cercavo di fare la brava il più possibile. Nonostante il mio enorme impegno, o forse è più corretto parlare di sforzo, non riuscivo a tenere a bada i suoi momenti di follia. Era sempre colpa mia se lui si arrabbiava. Era molto possessivo e geloso. Non mi faceva vivere una vita normale. Voleva sempre sapere cosa facevo, chi frequentavo e dov’ero. Ero sempre, perennemente, sotto controllo.

Ha iniziato subito a picchiarti?

I maltrattamenti inizialmente erano prettamente psicologici. Era capace di adularmi ripetendomi fino allo sfinimento che ero una delle più belle principesse mai viste, per poi cambiare tono e toni, arrivando a chiamarmi “cagna, puttana, troia”. Mi diceva sempre: “sei piccola come un insetto insignificante”. Insomma dovevo subire ogni giorno le peggiori offese mai sentite in vita mia.

Ma non reagivi?

Certo che reagivo, quando potevo. Purtroppo la paura e il suo modo di porsi, mi facevano sempre fare un passo indietro. Era come un incantatore di serpenti. Mi immobilizzava. Forse tu non puoi capirmi, perché non l’hai vissuta, ma le donne maltrattate sanno a cosa mi riferisco.

Credo tu abbia ragione. Quando una donna racconta la propria sofferenza, chi non si immedesima sottovaluta il problema. C’è addirittura chi pensa che sia tutta un’esagerazione, che la colpa non sia mai da una parte sola. Insomma si fa fatica a credere alle vittime. E’ assurdo, ma è così. Per questo, a mio avviso, non bisogna mai stancarsi di parlarne, di sensibilizzare l’opinione pubblica, di cambiare la testa di quella parte della gente che crede solo a ciò che vede. Perché se si aspetta di vedere i segni di una violenza, quelli fisici, si perde tempo e magari quando si decide di intervenire quel tempo per la vittima è finito. Sei d’accordo?

Certo. L’ho vissuto sulla mia pelle. Una volta sono finita anche in ospedale. Io l’ho denunciato e poi ci ho messo una pietra sopra. Ho voltato pagina ma non ho dimenticato. Sono convinta che quello che faceva lui con me lo facciano altri uomini con altre donne: vanno fermati. E a fermarli dobbiamo essere noi donne. Come? Ricominciando ad amarci.

E’ il carnefice a renderti fragile e insicura?

Ovvio. Nel mio caso, lui aveva iniziato dandomi della stupida, dell’incapace, mi diceva che non valevo nulla. E dava sempre a me la colpa per qualsiasi cosa. Col passare del tempo le parole sono diventate sempre più offensive e pungenti. Insulti che giorno dopo giorno si insidiavano nella mia mente, al punto da portarmi a pensare che io fossi veramente una nullità. Che fossi io quella sbagliata. La sua abilità stava nel fatto che alternava i momenti di follia, caratterizzati da forti litigi, a momenti di passione, per poi tornare alle minacce e alle percosse fisiche, soprattutto quando cercavo di ribellarmi. Mi confondeva e mi spiazzava. Ho passato momenti molto difficili e anche di paura. Avevo perso completamente il sorriso e la rabbia mi rodeva dentro. Non potevo andare avanti in questo modo, mi stavo facendo del male da sola. Ho impiegato anni a capire che dovevo troncare definitivamente la relazione con questa persona, per poter tornare ad essere protagonista della mia vita.

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Michela Rossin

Cosa porta una donna a subire in silenzio, a non denunciare?

Fondamentalmente la paura. O meglio le paure, perché sono tante: la paura di subire ulteriori violenze, fisiche e psicologiche, la paura di non riuscire a mantenere i figli, la paura di non trovare nessuno che ci possa dare una mano. Perché una donna che subisce violenza, si sente sola e persa. Sopporta in nome dell’amore, pensando, prima o poi, di riuscire a cambiare il proprio uomo, ma non è così. Se un uomo picchia una donna non è da giustificare ma solamente da condannare. E’ uno “stronzo” e quando picchia, lo fa con coscienza e con lucidità.

Quindi cosa consigli a queste donne imprigionate in un amore malato?

Dico loro di ricominciare a volersi bene, come ho fatto io. Oggi sono una donna forte, mi piaccio, mi amo. E non permetterò mai più a nessuno di mancarmi di rispetto. Spero che la mia esperienza possa servire a qualcuno. Una parte di me ne è convinta. Per questo ho deciso di creare LIBERA e SICURA: per dare l’opportunità a tutte le donne, grazie alla mia esperienza, di imparare a difendersi. Sembrerà strano ma il primo passo è ricominciare ad amare se stesse. Il messaggio che ripeto sempre, indirizzato a chi ha subito o subisce violenze è molto semplice: “ricordati che la vita che stai vivendo è la tua e solo tu puoi cambiarla. Care donne, non vergognatevi di raccontare quello che vi succede o che vi è successo, perché non siete voi quelle sbagliate. Voi siete le vittime. Ma siete voi e solo voi a poter decidere di dire basta. Io ho impiegato sette anni a farlo. Ero troppo legata a quel rapporto malato. Sganciarmi non è stato facile. Ho dovuto lavorare sulla mia testa, sui pensieri, sulle emozioni. Fino a quando ho capito che per sopravvivere dovevo imparare ad amare me stessa, cosa molto difficile perché nessuno me lo aveva insegnato”.

Hai anche appreso metodi di difesa personale che oggi insegni agli altri. Oggi ti senti più forte anche grazie ai corsi che hai frequentato?

La pratica costante dello sport Krav Maga, ha contribuito a far crescere la mia autostima. Per questo decisi di certificarmi diventando allenatrice del metodo SDS concept, grazie a uno dei migliori maestri a livello nazionale: Mario Spillere. Durante tutto il mio percorso di difesa personale compresi però che non era sufficiente imparare a difendersi per vivere una vita serena e in sicurezza, ma era necessario imparare a prevenire e adottare comportamenti che evitassero totalmente lo scontro diretto. Qui conobbi Mario Furlan e il suo metodo Wilding di autodifesa istintiva basato sulle 2 P: psicologia  e prevenzione. Decisi di certificarmi anche in questo metodo come coach Wilding autodifesa istintiva, riconosciuta dall’Associazione italiana Coach, presieduta da Gianluigi Rando.

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Mario Furlan – Michela Rossin

Quindi oggi stai bene?

Diciamo che mi sento rinata. Certo, la sofferenza è durata a lungo ma me ne sono liberata. Pensa che quando sono riuscita a voltare pagina, ho iniziato a vedere in me una bellezza mai riconosciuta prima. Io che mi sentivo così brutta, per colpa sua che mi faceva sentire così inutile. Ci credi se ti dico che per gioco  e per curiosità ho partecipato anche a vari concorsi di bellezza? E sai cosa è successo? Nel 2012 sono stata eletta addirittura Miss Mamma Fashion. Pazzesco. Un’esperienza fantastica che porterò per sempre nel cuore. E dato che da cosa nasce cosa, grazie a questo concorso ho conosciuto Luca Lo Presti, presidente dell’Associazione Pangea, che si batte per i diritti umani a livello internazionale. Ho collaborato con lui per una raccolta fondi, come volontaria. Pangea mi ha fatto comprendere che non ero la sola vittima di violenza psicologica e fisica ma che erano tante le donne che subivano, spesso in silenzio. Anche per questo ho deciso di iniziare a divulgare messaggi d’amore rivolti a noi stesse, con l’aiuto di altre donne come Cinzia Sguotti, presentatrice di concorsi di bellezza e grande sostenitrice di Pangea, associazione che è nel mio cuore, tanto che presto tornerò a collaborarci, grazie a Libera e Sicura.

E in questo momento sei qui con me, a Cabo Verde, a seimila chilometri dalla nostra bella Italia. Come sei finita nella terra del no stress?

Il merito è di un mio grande amico, Gabriele Punzo, giornalista stimato a Varese. Tempo fa mi propose di girare un documentario a Cabo Verde. E da allora ogni tanto faccio tappa qui. Mi rilasso, mi ricarico e poi torno a lavorare per rendere sempre più importante il mio progetto fatto di amore, prevenzione, difesa ma anche di arte e colori. Credo sia necessario esprimere liberamente la propria creatività, per sprigionare il personale potere femminile. In questo modo il nostro mondo interiore cambia e la fiducia in noi stesse aumenta. Rivalutando noi stesse, tutto il mondo che ci circonda si trasforma e le nostre vite, così come quelle dei nostri figli, cambiano.

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Ci puoi consigliare dei libri sull’argomento, che magari ti sono stati particolarmente utili?

Consiglio a tutte le donne di leggere l’eBook gratuito, messo a disposizione dall’associazione DI.RE, “Donne in rete contro la violenza”. A me è stato molto utile per comprendere concetti che nessuno mai mi aveva trasmesso.  Questo potrebbe servire per compiere un primo passo verso la libertà.

(https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2014/03/ANCI_DIRE_LINEE_-GUIDA_ASSISTENTI_SOCIALI)

Importante per me è stato anche il libro “Puoi guarire la tua vita”, di Louise Hay. Un’americana che fin da piccola subì violenze di ogni genere, ma che a quarant’anni decise di cambiare vita, assumendosi la responsabilità della propria felicità. Creò un metodo che si basa sul conoscere i propri pensieri negativi in profondità, trasformandoli in pensieri positivi. Dato che leggendo la sua storia, mi sono rivista in lei, ho deciso di diventare insegnante e coach del suo metodo: Heal Your Life.

Quindi anche tu vuoi aiutare le donne a ritrovare la propria libertà. Perché dovrebbero fidarsi di te?

Perché sono certa di poterle accompagnare verso una nuova visione di loro stesse. Mi sento di dire loro che dobbiamo creare un cerchio delle donne: la sorellanza. Perché l’unione fa la forza e noi donne insieme siamo una potenza. Meritiamo di sentirci Libere. Meritiamo di sentirci Sicure. Meritiamo di ricominciare a volare.

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Michela Rossin è LIBERA E SICURA
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Dar fuoco a un cane è da malati di mente.

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Carmen Vurchio

Ho letto che nel Brindisino qualcuno ha dato fuoco a un cane, perché abbaiava troppo. Il cane è vivo per miracolo.

Leggere queste notizie, mi spezza il cuore.

A voi che siete entrati in quell’appartamento, di notte, come dei ladri, per legare e dare fuoco a quel povero cane che tanto vi disturbava, va tutto il mio disprezzo.

Ma come si fa a ridurre un cane in quelle condizioni? Come si fa a volerlo bruciare vivo solo perché abbaia? Questa è gente malata, tanto malata, che andrebbe curata.

Un bacio a Giako, stupendo husky di 7 anni. Un abbraccio all’anziana signora che vive con lui e che mentre qualcuno tentava di ucciderlo, purtroppo dormiva.

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Giako

Mi sento particolarmente coinvolta, perché ho due cani e a volte abbaiano. Fanno la guardia. Se qualcuno passa davanti al cancello di casa, certo non gli fanno le feste. Una signora straniera qualche giorno fa mi ha detto che un tizio vorrebbe spruzzargli negli occhi uno spray al peperoncino, perché odia i cani e non sopporta sentirli abbaiare. Quale tizio? Non me lo ha voluto dire.

Ecco qual è il problema: c’è chi sa, c’è chi vede, chi potrebbe aiutare a prevenire, e invece preferisce rimanere ad osservare, per paura di agire o semplicemente perché se ne frega d’intervenire. Anche questa, a mio avviso, è gente da curare. Gente che forse avrebbe semplicemente bisogno di scoprire quanto un cane possa amare.

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Nessuno ha Asfaltato nessuno.

Carmen Vurchio (225)
Carmen Vurchio

Ieri sera, mentre preparavo le tagliatelle al ragù, guardavo distrattamente il Grande Fratello. Sul divano c’era il figlio del mio compagno, Mattia, intento a scommettere sull’uscita di Tizio o di Caio. Una serata serena, un modo per non pensare a niente, per poter spegnere il cervello e farsi quattro risate in famiglia. Poi però è arrivata la lite tra la conduttrice Ilary Blasi e Fabrizio Corona e subito il cervello si è riattivato. Se avessi voluto assistere a un simile spettacolo, avrei guardato una qualsiasi trasmissione politica e avrei mandato Mattia a giocare alla play. Anche se, visto l’ospite, c’era da aspettarsi qualche colpo di scena.

Fabrizio Corona è l’idolo di molti ma non di tutti. Ilary Blasi piace a molti ma non a tutti. Lo scrivo perché mi è sembrato che entrambi peccassero un po’ di presunzione. Di una cosa sono certa: le accuse reciproche di ieri sera, in diretta tv, mi hanno dato molto fastidio. Per questo non condivido i titoli dei quotidiani sull’argomento: per me nessuno ha “asfaltato” nessuno.

Corona è tanto bello quanto maleducato ma anche la conduttrice, a mio avviso, avrebbe dovuto evitare. Si è voluta prendere la sua rivincita, per quelle foto del presunto tradimento del marito. Uno scatto di 13 anni fa, a un mese dal matrimonio, quando lei aveva il primo figlio in grembo. Peccato che col suo gesto, più o meno premeditato, abbia portato in casa mia nervosismo gratuito, io che quella trasmissione la stavo seguendo per la sua leggerezza.

Quello che ha “urlato” Corona l’ho già rimosso, mentre mi è rimasta impressa una frase ripetuta più volte dalla conduttrice: “Tutta l’Italia ha capito…”. Io non sopporto quando sento qualcuno esprimere il proprio pensiero rendendolo Nazionale. Per favore, parlate per voi, senza coinvolgere anche me, dato che IO, (che non vuol dire tutta l’Italia) sinceramente delle vostre rogne me ne infischio.

Corona vive di “storie” vere o inventate? La Blasi lavora perché è la moglie di Totti? Sono problemi che non mi pongo, perché non voglio mi venga l’ulcera, amante come sono della trasparenza, dell’onestà, della tanto bistrattata meritocrazia. E non aggiungo altro, perché aprirei una parentesi, che difficilmente riuscirei a chiudere. Diciamo che adesso le tante trasmissioni che fanno degli insulti il loro pane quotidiano, avranno materia prima per un po’ di tempo, a vantaggio dei due protagonisti della sceneggiata che non definisco napoletana, per rispetto nei confronti della meravigliosa Napoli.

“L’Italia intera si chiederà…” che fine abbiano fatto le mie tagliatelle: tranquilla mia cara Italia , ci vuole ben altro per rovinarmi la cena. 🙂

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Mai confondere vittime e carnefici

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Carmen Vurchio

La sedicenne trovata morta in un cantiere abbandonato a Roma ha subito una violenza sessuale di gruppo. Se non fosse morta, avrebbe dovuto convivere per lungo tempo con una morte interiore, perché i suoi violentatori l’hanno uccisa dentro. Inutile scrivere che forse era lì per droga, forse era lì perché attirata in trappola, forse era lì per recuperare un tablet che le avevano rubato. Col forse non si va da nessuna parte. Inoltre il particolare sulla droga, dato che per ora è pura supposizione, non fa altro che infangare la memoria di una ragazza che non c’è più. A tutti capita, almeno una volta nella vita, di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la gente sbagliata. A tanti va bene e quando la paura passa, rimane una storia da raccontare. Alle vittime invece non rimane che sedersi su una nuvola e aspettare che qualcuno quella storia la ricostruisca e che la faccia finire nel migliore dei modi: i buoni in Paradiso, i cattivi all’Inferno.

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C’è crisi e crisi.

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Carmen Vurchio

Era tanto che non seguivo trasmissioni politiche ma ieri sera ho avuto una crisi d’astinenza. Così mi sono fatta una dose di Renzi, Monti e Fornero. Tutti a massacrare questo governo di “dilettanti allo sbaraglio”. Ed è dopo aver ascoltato tutto ciò che di bello o di necessario hanno fatto loro per il nostro Paese, che la mia crisi d’astinenza si è trasformata in crisi di nervi. 🙂

 

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Filippo Farruggia: Emozioni in Colore.

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Carmen Vurchio

Non sono mai stata un’esperta d’arte ma la pittura mi ha sempre affascinato, forse proprio perché io non riuscirei mai a dipingere, se non qualcosa di astratto/distratto, che nessuno vorrebbe in casa.

Quando ho visto per la prima volta alcune opere di Filippo Farruggia, ne sono rimasta incantata. La sua arte arriva al cuore, sicuramente è arrivata al mio. Le opere di Filippo Farruggia sono vere e proprie “Emozioni in Colore”.

Carmen Vurchio

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INTERVISTA A FILIPPO FARRUGGIA.

(di Carmen Vurchio)

FILIPPO FARRUGGIA, quando ha iniziato a dipingere e come si è trasformata la sua  Arte nel tempo?

Ho cominciato a dedicarmi alla pittura all’età di 11/12 anni, sotto la guida di un lontano cugino, pittore provetto, che aveva visto alcuni miei disegni e mi convinse ad intraprendere quest’arte. Mi diede la prima tela, insieme ai primi colori ad olio. Ricordo anche il mio primo soggetto: “un paesaggio campestre con un asino accovacciato all’ombra di un Carrubbo secolare”. E’ stato l’inizio di un grande Amore, sentimento che mi spinse a ordinare, tramite un rappresentante di articoli per belle arti, un buon numero di tele, colori e pennelli. Tutto ciò è stato possibile soprattutto grazie ai miei genitori, che mi hanno, fin da subito, sostenuto ed incoraggiato. Una fortuna che non capita a tutti. Nel frattempo si creò attorno al mio Maestro un gruppo di ragazzi e ragazze: il Gruppo Trinacria. Cominciammo a girare per la nostra bella Sicilia, esponendo in Estemporanee e Collettive, riscuotendo un discreto successo. Si era a metà degli anni 60. Iniziò così il mio percorso artistico. La scoperta dei pittori antichi avvenne invece grazie all’uscita delle monografie mensili a cura della Fabbri Editore, per il cui acquisto sacrificavo le mie paghette settimanali. Cominciai a copiare le loro opere, cercando di capire quali fossero i segreti e le tecniche dell’arte del passato e iniziai a studiarne le composizioni. Fu allora che il meraviglioso incanto della figura umana, soprattutto femminile, s’impadronì di me, al punto da divenire la chiave di volta dei miei lavori.  

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Filippo Farruggia: ritratto della carissima mamma

Nei suoi ritratti c’è qualcosa di quell’arte antica che tanto l’aveva appassionata da ragazzo?

I Pittori Antichi, i Grandi Maestri, sono alla base del mio modo di dipingere. Il loro tratto, la loro tavolozza, sono fondamento della mia ricerca stilistica e cromatica. Di antico nel mio modo di dipingere c’è la ricerca del messaggio visivo, non solo sensazione coloristica ma soprattutto il riconoscimento della forma, il disegno, la giustezza delle forme.

Mai e poi mai farò un quadro astratto, anche se mi piacciono ed apprezzo molti Artisti Moderni. Per me il messaggio pittorico dev’essere compreso da tutti indifferentemente e non solo da una piccola Élite di critici e collezionisti. In questo sta il cordone ombelicale fra i miei lavori e le opere antiche.

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Filippo Farruggia: La raccoglitrice

Preferisce disegno o pittura?

Nel mio modo di dipingere non può esistere la pittura senza il disegno. L’uno è parte integrante dell’altra.

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Filippo Farruggia: Sogni Proibiti

Cosa prova Filippo Farruggia quando dipinge?

Quando dipingo entro in un’altra dimensione, mi estraneo dalla realtà, i rumori mi giungono ovattati e lo spazio attorno a me viene come coperto da un sipario. Esisto solo io, i miei colori e la tela davanti a me.

Non avendo uno studio tutto mio, lavoro in spazi comuni al resto della famiglia, per cui le mie opere per lo più nascono nel cuore della notte. Sovente vengo riportato nella dimensione temporale dal filtrare dei primi raggi solari. La cosa strana, e nel contempo straordinaria, è che non provo nessuna sensazione di stanchezza.

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Filippo Farruggia: La bambina con l’orecchino

E’ sempre soddisfatto del risultato finale o è critico con se stesso?

Sinceramente non sono quasi mai soddisfatto di quello che faccio, cerco sempre la perfezione. Ricordo di lavori tralasciati per diversi anni, ripresi più volte e mai finiti. Il critico più feroce delle mie opere sono io.

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Filippo Farruggia: Oltre il tempo

A proposito di critici, condivide il pensiero di chi sostiene che l’Arte sia per pochi?

Questa per me è la bestialità più assoluta. L’Arte è Universale e va condivisa con tutto il genere Umano, in tutte le sue Espressioni e tutte le sue Forme. Essa è parte integrante dell’Animo Umano.

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Filippo Farruggia: Mater tecnologica

Ho letto che per un periodo della Sua vita si è allontanato dalla pittura. Cosa l’ha spinta a trascurare questo Suo grande amore?

Tralasciai la Pittura per un’altra mia grande passione: la Musica.

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Filippo Farruggia musicista (occhiali scuri)

Facevo parte di una Band che nel nostro paesello natio e nel circondario riscuoteva un certo successo di pubblico. Non ultimo motivo  per questo cambio, fu la trovata autonomia economica che la musica ci consentiva mentre con la pittura era cosa impossibile. Ovviamente non ho mai abbandonato del tutto i pennelli, anche se invece che gli oli cominciai ad usare gli acquarelli, per lavori di getto e molto veloci.

Mi riavvicinai alla pittura quando fui invitato ad una collettiva nel 2012 dove era il pubblico a votare il quadro  che più  preferiva ed in quella occasione, con la mia  opera “Mater Gioiosa”, mi qualificai primo assoluto. Il resto è cronaca.

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Filippo Farruggia: Mater Gioiosa

“Mater Gioiosa” è solo una delle sue straordinarie opere. La Sua arte arriva al cuore. Lo dimostrano i tanti commenti positivi che riceve anche solo su facebook, ogni volta che pubblica la foto di una Sua creazione: “Bravissimo artista” – “Grande Maestro” – “Ritratto stupendo” –  “Non ci sono parole per questo dipinto” – “Capolavori da favola”. Che significato hanno per Lei questi complimenti, che spesso arrivano da “non addetti ai lavori”?

I complimenti, specialmente quelli della gente comune, sono sempre graditi  e spesso sono quel  combustibile necessario per spingerti a continuare a lavorare, a migliorarti. Essi sono la conferma che sei riuscito a provocare, a destare sensazioni, emozioni, le quali sono, d’altronde,  il fine ultimo di ogni forma d’arte. Lei dice che la mia arte arriva al cuore, ebbene, se così non fosse sarebbe Arte? L’Arte è  la rappresentazione materiale della nostra anima, della nostra coscienza, della consapevolezza che siamo fatti di carne, sangue ed ossa ma anche di  impulsi affettivi,  emozionali. Essa ci da l’immagine dei sentimenti e delle nostre passioni.

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Opera di Filippo Farruggia

L’arte è anche lavoro. C’è posto per i bravi artisti in Italia o è meglio fuggire altrove?

Tutto dipende da cosa i pittori e gli artisti in generale cercano. Io ho sempre dipinto con il solo scopo di creare, di esternalizzare le mie emozioni, per questo sin da ragazzo ho partecipato a collettive ed estemporanee senza mai pormi il problema della fama o delle vendite… e quando è successo di vendere qualche mia opera, l’ho sempre fatto a malincuore e con non poca tristezza. Ma vendere significa anche poter continuare a lavorare: i materiali necessari ormai hanno un costo quasi inaccessibile se vuoi usarne di eccellenti. Poi tutto è legato alla fortuna ed al caso: trovare il gallerista che nei tuoi lavori vede delle potenzialità e che si fa carico allora di portarti in alto, di aprirti le porte del mercato. Intendiamoci, non lo farà certamente con lo spirito dei mecenati del Rinascimento o del Barocco: vorrà lucrarci e per tanto tempo, anche se ti darà quelle sicurezze che da solo non potrai mai avere. Italia o Estero? Anche nell’Arte la globalizzazione regna sovrana, quindi poco cambia.

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Opera di Filippo Farruggia

Qual è stato il  momento più bello della sua carriera e quello, se c’è stato,  che, se potesse, cancellerebbe dalla memoria?

Il momento più bello della mia carriera? Tanti sono i momenti belli che hanno da sempre  stimolato la mia voglia di fare, di creare, di mettere in colore le mie sensazioni ed i miei sentimenti. Il più bello in assoluto, forse anche perché più vicino cronologicamente, è quello del marzo 2017, in occasione della Biennale Internazionale D’Arte del Mediterraneo. Era la sera della premiazione e io stavo per andarmene, quando sentii chiamarmi sul palco, perché arrivato 6°. Non immagina l’emozione, non per il premio in se, ma per il fatto che a determinare il premio sia stato il voto delle migliaia di persone che hanno visitato la mostra: gente comune, famiglie con bambini, non solo addetti del settore. Dissi a me stesso: “Filippo, missione compiuta”.

Certamente, come in tutte le cose, si vivono anche momenti non esaltanti, anche molto brutti, ma sinceramente non ne cancellerei nessuno e per un semplice motivo: son quelli che ti aiutano a crescere più di tutti.

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Opera di Filippo Farruggia

In una Sua intervista, alla domanda su cosa consiglia ai giovani che vogliono avvicinarsi al mondo della pittura, Lei ha risposto che consiglia di cambiare mestiere. Lo pensa sul serio o era una battuta?

La mia risposta a  quella domanda era sì una battuta, ma con un gran fondo di verità. Mi spiego meglio: se non affronti questo percorso con grinta e passione, prima o poi ti succederà la cosa più orribile che ad un Artista possa capitare: la disillusione. Non ci si deve aspettare successo, denaro ed ovazioni ma solo sudore, fatica e spesso incomprensione. Non meno deprimente la sempre presente invidia degli altri.

In poche parole occorre avere il pelo sullo stomaco. Se ce l’hai bene, altrimenti è meglio che cambi mestiere.

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